Il coraggio di andare, quando non ce la facciamo ad andare

Ci sono momenti in cui lo sappiamo, non perché ce lo dice qualcuno, ma perché qualcosa dentro di noi lo grida in silenzio da tempo: “è ora di andare”.

Andare via da un luogo, da una relazione, da un lavoro, da un’idea di sé che non ci appartiene più.

Eppure… restiamo.

Restiamo anche se fa male, anche se ogni giorno dobbiamo stringere i denti, di far finta, di spegnere parti vive di noi. Perché andare, pur essendo la cosa giusta, è spaventoso perché la mente ama il “conosciuto” anche se è distruttivo.

Sai qual è la verità più dura da accettare? Che sapere non basta.

Non basta sapere che ce lo meritiamo, che ci farà bene, che è giusto, perché il legame che ci tiene là, dove non stiamo più bene, non è solo fatto di razionalità, è fatto di abitudini, di paure, di speranze residue, di fantasie che qualcosa magicamente cambierà, è fatto di ricordi che ci illudono, di promesse mai mantenute, di ferite antiche che ci hanno insegnato a resistere più che a scegliere.

La mente sa, il corpo sa, ma c’è una parte di noi, profonda, antica, che ha imparato che è più sicuro restare, anche nel dolore.

Restare ci protegge dall’ignoto, restare ci tiene “almeno” in qualcosa che conosciamo, anche se ci consuma. Lasciare, per davvero, è un gesto che arriva solo quando smettiamo di aspettare di essere pronti, e iniziamo ad ascoltarci con onestà, quando non ci sgridiamo più per non riuscirci, ma ci prendiamo per mano, proprio lì, nel punto in cui vacilliamo.

Non serve forza, serve verità e un briciolo di compassione per quella parte di noi che ha bisogno di tempo per dire addio. Il coraggio, a volte, è solo restare un po’ più a lungo con quella verità scomoda, finché non smette di farci paura, finché l’amore per noi stessi, non la rabbia, non la fuga, non diventa più forte dell’attaccamento a ciò che non ci nutre più. E allora, senza rumore, andiamo, a testa alta, anche se col cuore a pezzi, perché ci siamo scelti, finalmente!

E la scienza, in tutto questo, cosa dice?

Le ricerche psicologiche e neuroscientifiche ci dicono che il “restare anche se fa male” non è solo una questione emotiva o morale, ma un’espressione complessa del nostro funzionamento interno: il cervello tende a restare, studi mostrano che il nostro cervello valuta il “valore atteso” della situazione e preferisce la stabilità a prescindere dalla sofferenza (Heijne et al., 2018).

La speranza ci tiene legati: i rinforzi intermittenti (“a volte va bene”) rinforzano il legame, anche in situazioni distruttive, è il meccanismo della dipendenza emotiva, ben documentato in psicologia.

Il trauma riduce la nostra capacità di agire: chi ha vissuto relazioni o esperienze traumatiche spesso sviluppa una bassa percezione di autoefficacia, che paralizza le scelte (Lerner & Kennedy, 2000). Il dolore può diventare casa: quando il dolore è familiare, il cervello lo normalizza. Non perché non faccia male, ma perché è ciò che conosce (Salcido et al., 2018).

Quali strategie terapeutiche aiutano a sviluppare la parte di sé stesso che si allena ad agire in modo costruttivo e “lasciare”?

Lavorare sulla fiducia nella propria capacità di agire, è uno dei predittori più importanti nella decisione di interrompere una situazione dannosa. Le ricerche suggerisce che si può potenziare questa capacità.

Il supporto relazionale esterno (terapeuta, rete, gruppo) risulta fondamentale per agire.

E allora sì, andare richiede una verità. Ma anche una cosa ancora più rara e rivoluzionaria: gentilezza, per quella parte di noi che ha imparato a chiamare “amore” anche ciò che ci ferisce, per quella parte che ha resistito così a lungo, prima ancora di imparare a scegliere.