Fabrizio Corona, Carlos e Thiago: la disabilità in famiglia e il legame fraterno

Le recenti dichiarazioni di Fabrizio Corona sul figlio Carlos Maria hanno riportato l’attenzione sulla sindrome di Asperger e, più in generale, sulle condizioni dello spettro autistico.

Durante il podcast Radici di Ughetta Di Carlo, Corona ha raccontato che Carlos avrebbe ricevuto una diagnosi di sindrome di Asperger. Lo ha definito un ragazzo straordinario e un dono, spiegando che attualmente vive in comunità, ma torna frequentemente a casa, dove mantiene un rapporto affettuoso con Sara Barbieri e con il fratellino Thiago.

Queste informazioni provengono dal racconto pubblico del padre. Non conosciamo direttamente il percorso diagnostico di Carlos, il suo livello di autonomia o le ragioni della permanenza in comunità. È quindi importante non utilizzare la sua vicenda per formulare valutazioni cliniche a distanza.

sindrome di Asperger.

Un particolare, tuttavia, apre una riflessione psicologica più ampia: Carlos adora il fratellino Thiago.

Tra i due esiste una differenza di età superiore ai vent’anni. Thiago crescerà con un fratello già adulto, inserito in un percorso di sostegno e con una propria storia personale complessa. Non sappiamo come si svilupperà il loro rapporto e non sarebbe corretto immaginarlo dall’esterno. La loro storia, però, permette di affrontare una domanda raramente posta quando si parla di autismo: che cosa significa essere il fratello o la sorella di una persona nello spettro autistico?

Asperger: una parola ancora usata, ma non più una diagnosi separata

L’espressione “sindrome di Asperger” continua a essere utilizzata nel linguaggio comune e da molte persone che si riconoscono in questa definizione.

Nel DSM-5, tuttavia, la precedente diagnosi di disturbo di Asperger è stata ricompresa nel disturbo dello spettro autistico. La parola “spettro” indica una grande varietà di caratteristiche, capacità e necessità di sostegno.

Non è quindi possibile dedurre il funzionamento di una persona dalla sola parola “Asperger”. Alcune persone conducono una vita autonoma, mentre altre necessitano di un aiuto significativo in determinati ambiti. Possono essere presenti difficoltà nella comunicazione sociale, bisogno di prevedibilità, interessi intensi, sensibilità sensoriali oppure fatica nel riconoscere e regolare gli stati emotivi.

La diagnosi può aiutare a comprendere alcuni aspetti del funzionamento, ma non racconta interamente una persona e, soprattutto, non permette di prevedere automaticamente la qualità delle sue relazioni familiari.

Non esiste un unico modo di essere fratelli

La letteratura scientifica non descrive i fratelli delle persone autistiche come un gruppo omogeneo.

Una meta-analisi che ha riunito 69 campioni di ricerca ha rilevato, in media, un maggiore rischio di alcune difficoltà interiorizzate, sociali e relazionali.

L’effetto complessivo, però, era contenuto. In altri ambiti, come i problemi comportamentali esterni, l’iperattività, le strategie di adattamento e il funzionamento generale della famiglia, non emergevano differenze significative.

Questo dato è importante perché impedisce due semplificazioni opposte.

La prima è pensare che crescere con una persona autistica produca inevitabilmente sofferenza psicologica. La seconda è raccontare questi fratelli soltanto come bambini più maturi, empatici e generosi degli altri.

Possono esserci crescita ed empatia, ma anche rabbia, paura, solitudine e stanchezza. Spesso questi vissuti convivono nella stessa persona.

Un fratello può essere profondamente affezionato e desiderare, nello stesso tempo, una vita meno condizionata dalle esigenze familiari.

Può proteggere il fratello davanti agli altri e provare imbarazzo per alcuni comportamenti. Può essere orgoglioso delle sue conquiste e temere ciò che accadrà quando i genitori non saranno più presenti.

Bisognerebbe domandarsi:

Può scegliere quando aiutare? Può dire di no? Qualcuno si accorge quando è stanco? Sente di dover proteggere emotivamente anche i propri genitori

sindrome di Asperger

L’ambivalenza non è una mancanza d’amore. È una componente normale delle relazioni umane. Il “fratello invisibile” non è necessariamente quello che sta peggio In alcune famiglie il figlio senza diagnosi diventa quello che “non dà problemi”. Impara a prepararsi da solo, a rimandare una richiesta, a non interrompere i genitori durante una crisi e a comprendere che le necessità dell’altro fratello hanno la precedenza. Può apparire competente, autonomo e responsabile.

Proprio per questo rischia di essere visto meno.

Il fratello invisibile non è necessariamente triste o problematico. Talvolta ottiene buoni risultati, è socievole e sembra adattarsi perfettamente. Il suo disagio può manifestarsi in modo più sottile: difficoltà a chiedere aiuto, paura di deludere, eccessivo controllo delle emozioni, bisogno di essere sempre affidabile o senso di colpa quando riceve attenzioni. Anche il successo scolastico o professionale può diventare, in alcuni casi, un modo per compensare le preoccupazioni familiari: “Almeno io devo andare bene”. Questo non significa che ogni fratello responsabile nasconda una sofferenza. Significa che la competenza non dovrebbe essere scambiata automaticamente per assenza di bisogni.

La parentificazione ha due volti diversi

Una delle nozioni meno conosciute è quella di parentificazione, cioè l’assunzione, da parte di un figlio, di compiti e responsabilità che appartengono normalmente agli adulti.

Nelle famiglie può assumere forme diverse.

La parentificazione orientata verso il fratello comprende attività concrete: sorvegliarlo, aiutarlo a prepararsi, accompagnarlo, proteggerlo o spiegare agli altri alcuni suoi comportamenti.

La parentificazione orientata verso i genitori è più emotiva e invisibile. Il bambino sente di dover rassicurare la madre, non aggravare la preoccupazione del padre, mediare nei conflitti o mostrarsi forte per mantenere l’equilibrio familiare.

Le due situazioni non hanno necessariamente lo stesso significato psicologico.

Alcune forme di aiuto concreto possono rafforzare il legame e far sentire il fratello competente, soprattutto quando sono adeguate all’età, limitate e riconosciute dagli adulti.

Diventano problematiche quando sono obbligatorie, eccessive o impediscono al bambino di vivere le proprie esperienze. La responsabilità emotiva verso i genitori appare più delicata. Alcune ricerche hanno collegato una forte parentificazione centrata sui genitori, soprattutto in assenza di un buon sostegno sociale, a livelli più elevati di ansia e stress nell’età adulta. La domanda importante non è quindi soltanto: “Questo bambino aiuta il fratello?”.

Bisognerebbe domandarsi:

Può scegliere quando aiutare? Può dire di no? Qualcuno si accorge quando è stanco? Sente di dover proteggere emotivamente anche i propri genitori

sindrome di Asperger

Ciò che pesa non è sempre la diagnosi

Un altro dato poco raccontato è che il benessere dei fratelli non sembra dipendere soltanto dalla gravità dei tratti autistici. A incidere maggiormente possono essere i comportamenti aggressivi o imprevedibili, le crisi frequenti, i disturbi del sonno, la tensione familiare, l’isolamento sociale e la mancanza di spiegazioni comprensibili. Un fratello può tollerare con serenità alcune particolarità comunicative o la necessità di mantenere determinate routine, ma sentirsi profondamente in difficoltà quando teme di essere colpito, quando non può invitare amici a casa o quando percepisce che la vita familiare è costantemente organizzata intorno alla possibilità di una crisi. In questi casi può amare il fratello e, contemporaneamente, averne paura. È un sentimento difficile da confessare, perché può essere vissuto come sleale. Anche i genitori, sopraffatti dalle necessità quotidiane, possono faticare ad ascoltarlo senza sentirsi accusati.

Eppure riconoscere la paura non significa colpevolizzare la persona autistica. Significa proteggere entrambi i figli e distinguere la persona dai comportamenti che possono mettere qualcuno in difficoltà.

Il silenzio non protegge sempre

Molti genitori evitano di parlare chiaramente di autismo pensando di proteggere il figlio più piccolo.

Il bambino, però, vede che il fratello riceve attenzioni diverse, che alcune regole valgono soltanto per lui e che certi comportamenti provocano tensione. In assenza di spiegazioni può costruire interpretazioni personali: pensare che il fratello sia “cattivo”, che i genitori gli vogliano più bene oppure che le crisi dipendano da qualcosa che lui stesso ha fatto.

Conoscere la diagnosi non risolve automaticamente le difficoltà, ma può ridurre la confusione e la colpa.

Le spiegazioni devono essere adatte all’età e non presentare l’autismo soltanto come una lista di problemi. Un bambino può comprendere che il cervello del fratello elabora alcuni stimoli e alcune situazioni in modo differente, che certe reazioni non sono rivolte contro di lui e che esistono comunque limiti che tutti devono rispettare.

Informare non significa chiedere al fratello di diventare un esperto.

Ha diritto a conoscere ciò che riguarda la sua vita familiare, ma non deve essere trasformato nel traduttore ufficiale, nel difensore permanente o nel piccolo terapeuta dell’altro.

Più empatici? Un dato interessante, ma da non romanticizzare

Si afferma spesso che avere un fratello autistico renda automaticamente più empatici.

La ricerca invita a essere più prudenti. In un piccolo studio condotto su adolescenti, i fratelli di persone autistiche mostrarono una maggiore capacità di assumere il punto di vista altrui rispetto al gruppo di confronto. Erano inoltre più propensi a formulare desideri riguardanti la famiglia, mentre gli altri adolescenti esprimevano più frequentemente desideri personali.

È un risultato interessante, ma non significa che tutti i fratelli diventino più empatici né che preoccuparsi prevalentemente per la famiglia sia sempre un vantaggio.

Una forte attenzione agli altri può rappresentare una risorsa. Può però anche indicare che il ragazzo si concede poco spazio per desiderare qualcosa esclusivamente per sé.

L’empatia autentica non richiede l’annullamento personale.

Il fratello dovrebbe poter sviluppare sensibilità verso la diversità senza pensare che ogni sua scelta debba essere compiuta in funzione della famiglia.

Il “fenotipo autistico allargato”: quando il fratello non ha una diagnosi, ma si riconosce in alcuni tratti

Un aspetto conosciuto soprattutto dagli specialisti è il cosiddetto *fenotipo autistico allargato*.

In alcune famiglie, parenti senza una diagnosi di autismo possono presentare, in forma lieve e subclinica, alcune caratteristiche associate allo spettro: uno stile comunicativo molto diretto, una maggiore rigidità, interessi intensi, difficoltà nelle situazioni sociali complesse o una particolare sensibilità agli stimoli. Non si tratta di una forma lieve di diagnosi e non significa che il fratello sia necessariamente autistico. Il concetto serve alla ricerca per descrivere la distribuzione di alcuni tratti nelle famiglie, non per applicare nuove etichette. Questo elemento, però, suggerisce una cautela: non tutti i fratelli classificati negli studi come “a sviluppo tipico” vivono il mondo nello stesso modo. Alcuni possono avere proprie vulnerabilità emotive, attentive, comunicative o sensoriali. Altri possono ricevere una diagnosi soltanto nell’età adulta. Concentrarsi esclusivamente sul figlio con la diagnosi già conosciuta rischia di ritardare il riconoscimento dei bisogni dell’altro. Naturalmente, questa osservazione riguarda la popolazione generale e non autorizza alcuna ipotesi su Thiago o su altri fratelli di persone note.

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Il mandato silenzioso del “dopo di noi”

La preoccupazione più profonda spesso emerge quando i genitori pensano al futuro.

“Quando noi non ci saremo più, chi si occuperà di lui?”

La risposta implicita diventa frequentemente: il fratello.

Questo mandato può essere trasmesso senza essere mai pronunciato apertamente. È contenuto in frasi come “almeno non resterà solo”, “tu sei quello che può capirlo” oppure “un giorno dovrete esserci l’uno per l’altro”.

Il legame fraterno può certamente diventare una risorsa fondamentale nell’età adulta. Ma la vicinanza affettiva non dovrebbe trasformarsi automaticamente in una responsabilità assistenziale totale.

Una ricerca condotta su 495 fratelli adulti di persone con disabilità intellettive o dello sviluppo ha mostrato un dato significativo: pur prevedendo spesso che i fratelli avrebbero avuto un ruolo futuro, molte famiglie li coinvolgevano poco nella pianificazione concreta. Le decisioni legali, economiche e abitative erano frequentemente incomplete. Era più comune individuare genericamente un futuro responsabile che predisporre un progetto residenziale o una documentazione precisa.

Il fratello rischia così di ricevere una responsabilità senza informazioni, strumenti e libertà di scelta.

Parlare del futuro non significa chiedergli una promessa. Significa costruire insieme diverse possibilità: sostegni professionali, soluzioni abitative, tutele economiche, rete sociale, figure di riferimento e modalità attraverso le quali il fratello potrà essere presente senza diventare l’unico responsabile.

Un progetto di vita non dovrebbe dipendere dal sacrificio futuro di un altro figlio.

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Carlos e Thiago: il rischio di scrivere oggi un copione per domani

Nel racconto di Fabrizio Corona, il legame tra Carlos e Thiago appare affettuoso. È una notizia positiva, ma non dovrebbe essere trasformata in una previsione.

Thiago non è il futuro caregiver di Carlos. È suo fratello.

Potrà amarlo, cercarlo, essere presente oppure attraversare momenti di maggiore distanza. Il loro rapporto cambierà con l’età, come accade in tutte le relazioni fraterne.

La forte differenza anagrafica può rendere il legame meno competitivo rispetto a quello tra fratelli vicini d’età, ma può anche favorire, nel tempo, l’attribuzione al più giovane di una responsabilità futura. Sarà quindi importante, in termini generali, che il rapporto venga protetto dal peso delle aspettative adulte.

Il dono più importante che una famiglia può fare a due fratelli è permettere che si incontrino come persone, non come assistito e futuro assistente.

Quando sono i fratelli a raccontare

La famiglia dell’attrice statunitense Holly Robinson Peete offre un esempio interessante. Il figlio RJ ha ricevuto una diagnosi di autismo durante l’infanzia e ha una sorella gemella, Ryan.

Ryan ha scritto insieme alla madre il libro My Brother Charlie, ispirato alla propria esperienza. Il racconto non nasconde la frustrazione, l’incomprensione e il desiderio di ricevere attenzione, ma li affianca all’orgoglio e all’amore per il fratello.

L’importanza di questa testimonianza risiede nel diritto della sorella a raccontare una storia propria, non ridotta alla funzione di sostenitrice del fratello.

In Italia, Damiano e Margherita Tercon hanno trasformato il loro legame in libri, spettacoli e nel progetto dei Terconauti, dal quale è stato tratto anche il film La vita da grandi. La loro storia è particolarmente significativa perché Margherita ha raccontato di aver ricevuto, da adulta, una diagnosi nello spettro autistico.

La distinzione apparentemente semplice tra “fratello autistico” e “fratello neurotipico” può quindi essere molto meno netta di quanto immaginiamo.

Il loro percorso affronta inoltre un tema essenziale: aiutare un fratello a diventare adulto non significa vivere al suo posto. L’autonomia comprende la possibilità di scegliere, sbagliare, desiderare e sperimentare, anche quando la persona continuerà ad avere bisogno di sostegno.

Che cosa protegge realmente un fratello

Le revisioni della letteratura individuano alcuni fattori che sembrano favorire un adattamento più positivo:

* ricevere spiegazioni chiare e adatte all’età;
* poter trascorrere tempo esclusivo con i genitori;
* avere uno spazio nel quale esprimere anche rabbia, vergogna e paura;
* non essere responsabilizzato oltre le proprie possibilità;
* mantenere amicizie, interessi e progetti personali;
* poter incontrare altri fratelli con esperienze simili;
* partecipare alle discussioni sul futuro senza essere investito automaticamente del ruolo di caregiver;
* percepire una rete familiare e sociale che non dipenda soltanto da lui.

Uno studio controllato ha mostrato che un percorso di gruppo di dieci settimane, nel quale i fratelli potevano comprendere meglio l’autismo, discutere i propri sentimenti e confrontarsi con coetanei, migliorava la qualità percepita della relazione fraterna.

Il dato interessante è che il beneficio non derivava dall’insegnare ai bambini come occuparsi meglio del fratello autistico. Derivava dall’offrire finalmente uno spazio rivolto a loro.

Non chiedere soltanto: “Come va tuo fratello?”

Quando in una famiglia è presente una diagnosi, molte conversazioni finiscono per ruotare intorno alla persona che l’ha ricevuta.

Anche il fratello viene interrogato su di lei:

“Come sta?”
“Ha fatto progressi?”
“Tu lo aiuti?”
“Sei molto bravo con lui, vero?”

Più raramente qualcuno gli domanda:

“E tu come stai?”
“Che cosa ti pesa?”
“Che cosa desideri per te?”
“C’è qualcosa che gli adulti non hanno capito?”

Essere fratello di una persona autistica può diventare una fonte di sensibilità, forza e connessione profonda. Ma queste qualità non dovrebbero essere pretese né ottenute attraverso il silenzio dei bisogni personali.

Le dichiarazioni di Fabrizio Corona possono rappresentare un’occasione per parlare di autismo senza fermarsi alla curiosità sulla diagnosi di Carlos.

La domanda più significativa non è soltanto quale condizione abbia il figlio di un personaggio famoso.

È capire come una famiglia possa costruire relazioni nelle quali nessuno venga ridotto a un’etichetta: né la persona autistica alla propria diagnosi, né il fratello al ruolo di colui che dovrà comprenderla, proteggerla e occuparsene per sempre.

Un fratello può essere una presenza fondamentale.

Ma prima di diventare una risorsa per l’altro, ha diritto a essere riconosciuto come persona intera, con i propri limiti, le proprie contraddizioni e una vita che non sia già stata scritta al posto suo.

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Come può intervenire la psicologia con i fratelli

Non tutti i fratelli di una persona autistica hanno bisogno di un percorso psicologico. Un sostegno può però diventare importante quando emergono eccessiva responsabilizzazione, difficoltà a esprimere i propri bisogni, preoccupazione per il futuro, senso di colpa o emozioni che la persona percepisce come inaccettabili. L’obiettivo non dovrebbe essere insegnare al fratello a diventare più paziente, più disponibile o più competente nella gestione della persona autistica. Un intervento di questo tipo rischierebbe di rafforzare il ruolo del caregiver, anziché restituirgli uno spazio personale.

Il lavoro psicologico deve partire dalla sua esperienza soggettiva e dal riconoscimento della complessità del legame fraterno. Un fratello può amare profondamente e, nello stesso tempo, provare rabbia, vergogna, paura, stanchezza o desiderio di distanza. Questi sentimenti non rappresentano una mancanza di affetto, ma fanno parte dell’ambivalenza presente in ogni relazione significativa.

La terapia può aiutare la persona a separare l’amore dal sacrificio, la vicinanza dall’obbligo e la responsabilità realmente scelta da quella attribuita dalla famiglia.

Lo psicodramma e la rappresentazione dei ruoli familiari

Lo psicodramma permette di rendere visibili i ruoli che il fratello ha assunto nel tempo.

Può trattarsi del figlio che non deve creare problemi, del mediatore, del protettore, del figlio sempre autonomo, del custode dell’equilibrio familiare o della persona alla quale viene affidata implicitamente la responsabilità del futuro.

Attraverso la rappresentazione scenica è possibile osservare questi ruoli da una prospettiva differente e comprendere quanto siano ancora funzionali alla vita attuale.

Il lavoro psicodrammatico non serve a convincere il fratello a comprendere maggiormente le esigenze degli altri. Serve soprattutto a recuperare il suo punto di vista, la sua voce e la possibilità di assumere una posizione meno rigida all’interno della famiglia.

Il lavoro sul bambino interiore

Molti fratelli diventati adulti continuano a comportarsi secondo consegne apprese durante l’infanzia: non disturbare, non chiedere, essere forti, adattarsi rapidamente e proteggere i genitori da ulteriori preoccupazioni.

Il lavoro sul bambino interiore può aiutare a riconoscere la parte di sé che ha dovuto comprendere troppo presto la complessità familiare.

Non si tratta di attribuire necessariamente un trauma all’esperienza vissuta, ma di dare dignità a bisogni emotivi che possono essere rimasti in secondo piano.

Il fratello adulto può così distinguere ciò che appartiene al passato dalle responsabilità reali del presente e iniziare a costruire relazioni meno fondate sull’iperadattamento.

Il Playback Theatre e la dimensione del gruppo

Il Playback Theatre può offrire ai fratelli uno spazio nel quale la loro storia venga ascoltata e riconosciuta.

La dimensione gruppale permette di uscire dall’isolamento e di scoprire che sentimenti spesso vissuti con vergogna sono condivisi da altre persone.

Il valore di questo approccio non consiste nel fornire interpretazioni o soluzioni immediate, ma nel restituire alla persona la complessità della propria esperienza attraverso il linguaggio del corpo, della voce e della rappresentazione.

Vedere riconosciuta la propria storia può ridurre il senso di estraneità e legittimare vissuti che per molto tempo sono rimasti silenziosi.

L’EMDR e la rielaborazione delle esperienze traumatiche

In alcune famiglie possono essersi verificati episodi particolarmente intensi, come crisi aggressive, ricoveri, fughe, comportamenti autolesivi o situazioni vissute come minacciose.

Non tutte queste esperienze producono necessariamente un trauma psicologico. Tuttavia, quando continuano a generare allarme, evitamento, immagini intrusive, paura o senso di colpa, l’EMDR può essere integrato nel percorso terapeutico.

Il lavoro può riguardare anche convinzioni profonde sviluppate nel tempo, come il bisogno di controllare continuamente l’ambiente, la paura che allontanarsi possa provocare conseguenze negative o la sensazione di non avere il diritto di pensare a sé.

La rielaborazione permette di ridurre il peso emotivo del passato e di evitare che esperienze precedenti continuino a determinare automaticamente le scelte della persona.

La mindfulness e la regolazione emotiva

I fratelli possono sviluppare una particolare sensibilità verso i segnali di tensione presenti in famiglia.

Questa vigilanza può essere stata utile durante l’infanzia, ma rischia di mantenersi anche quando non è più necessaria, producendo uno stato di continua allerta.

La mindfulness può favorire una maggiore consapevolezza degli stati corporei ed emotivi, aiutando la persona a distinguere ciò che sta realmente accadendo nel presente dalle reazioni apprese attraverso esperienze passate.

Integrata con un lavoro sui confini e sull’autocompassione, può sostenere il diritto a non sentirsi sempre responsabili del benessere altrui.

L’ipnosi clinica e le rappresentazioni del futuro

L’ipnosi clinica può essere utilizzata con adolescenti più grandi e adulti per lavorare sulle immagini interiori collegate al ruolo fraterno.

In molti casi il futuro viene immaginato come già stabilito: il fratello si vede inevitabilmente responsabile dell’assistenza, della tutela o delle scelte della persona autistica.

Il lavoro ipnotico può favorire una rappresentazione più flessibile, nella quale vicinanza affettiva, autonomia personale e responsabilità condivisa possano coesistere.

L’obiettivo non è allontanare il fratello dalla famiglia, ma permettergli di immaginare un legame che non richieda la rinuncia alla propria vita.

La psicopreghiera attiva e il significato dell’esperienza

La psicopreghiera attiva integra la dimensione psicologica, corporea, simbolica e spirituale.

Può essere particolarmente significativa quando la persona ha vissuto il rapporto con il fratello attraverso sentimenti di impotenza, richiesta di salvezza, bisogno di protezione o obbligo morale.

Il lavoro consente di trasformare una visione fondata esclusivamente sul sacrificio in una relazione più consapevole, nella quale la cura dell’altro non escluda la cura di sé.

La dimensione spirituale non sostituisce il percorso psicologico, ma può aiutare la persona a costruire un significato più ampio della propria esperienza e a riconoscere che il limite non equivale all’abbandono.

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Il coinvolgimento della famiglia

In alcuni casi può essere utile affiancare al percorso individuale anche momenti di lavoro familiare.

Le aspettative nei confronti dei fratelli non vengono sempre espresse direttamente. Possono essere trasmesse attraverso elogi, richieste implicite, preoccupazioni condivise troppo precocemente o discorsi sul futuro che danno per scontata la loro disponibilità.

Il lavoro con i genitori può aiutare a riconoscere queste dinamiche e a distinguere il naturale coinvolgimento affettivo dall’assegnazione di un compito assistenziale.

L’obiettivo è costruire una comunicazione nella quale il fratello possa partecipare alla vita familiare senza sentirsi predestinato a sostituire i genitori.

Un intervento diverso nelle varie fasi della vita

I bisogni dei fratelli cambiano nel tempo. Durante l’infanzia prevalgono il bisogno di spiegazioni comprensibili, la paura di essere meno amati e la difficoltà a interpretare alcuni comportamenti.

Nell’adolescenza diventano centrali l’imbarazzo sociale, il confronto con i coetanei, il desiderio di autonomia e il conflitto tra separazione e senso di colpa.

Nella giovane età adulta emergono le scelte relative allo studio, al lavoro, alle relazioni sentimentali e all’allontanamento dalla famiglia.

Nell’età adulta il tema del futuro può diventare più concreto e riguardare responsabilità economiche, abitative, affettive e assistenziali.

Il sostegno psicologico deve quindi adattarsi alla fase evolutiva, alla qualità del rapporto fraterno e alle risorse presenti nella famiglia.

L’obiettivo del percorso

Un intervento psicologico non dovrebbe produrre un fratello più obbediente, più efficiente o maggiormente disponibile al sacrificio.

Dovrebbe aiutarlo a riconoscere la propria identità al di fuori del ruolo familiare, a costruire confini più consapevoli e a scegliere liberamente quale posto occupare nella vita del fratello.