Come si costruisce una personalità come quella di Jeffrey Epstein?

Quando esplodono casi estremi di abuso e sfruttamento organizzato, il primo impulso è emotivo, rabbia, sgomento, bisogno di prendere le distanze, ma subito dopo arriva quasi sempre la domanda che brucia: com’è possibile che una persona sia capace di fare cose del genere, com’è possibile che appaia così disumana? Parto da un punto fermo: così non ci si nasce, e le personalità non si formano in un giorno, si costruiscono nel tempo, dentro una trama fatta di temperamento, relazioni, successi, fallimenti, opportunità, contesti che premiano o frenano certi tratti, e soprattutto confini, cioè quei “no” chiari e coerenti che, se ricevuti con continuità durante la crescita, insegnano una cosa molto semplice ma decisiva: non tutto è possibile, l’altro non è un’estensione di me, e le azioni hanno conseguenze.

Questa dimensione educativa e relazionale, studiata da decenni (basti pensare ai lavori sugli stili genitoriali di Diana Baumrind), non produce “brave persone” per magia, però contribuisce a costruire autoregolazione, rispetto del limite, capacità di sopportare frustrazione senza trasformarla in diritto o vendetta.

In alcune persone, fin da giovani, può comparire una centratura su di sé particolarmente marcata, un bisogno intenso di affermazione, una difficoltà a tollerare la frustrazione e, spesso, un desiderio di controllo che diventa quasi un modo di respirare, non è automaticamente “patologico”, e anzi in contesti competitivi può persino essere premiato, il punto è che diventa pericoloso quando non viene bilanciato da empatia, responsabilità e capacità di riconoscere l’altro come persona piena, con confini e dignità propri. La letteratura sul narcisismo, anche quella più recente, evidenzia con continuità il legame tra tratti di antagonismo/entitlement e comportamenti aggressivi, soprattutto quando la persona si sente contraddetta, umiliata o “sfidata” (un aspetto che le meta-analisi e le rassegne continuano a confermare).

Ed è qui che il rapporto con l’altro diventa il vero spartiacque: nelle relazioni sane l’altro è percepito come separato, reale, non controllabile fino in fondo, nelle modalità relazionali più disfunzionali, invece, l’altro tende progressivamente a diventare mezzo, risorsa, strumento, non necessariamente per una “cattiveria” sempre lucida e dichiarata, ma perché il proprio bisogno occupa tutto lo spazio, e la mente si abitua a leggere le persone in termini di utilità, accesso, vantaggio. In questo punto, paradossalmente, può entrare in gioco anche una competenza che assomiglia all’empatia: capire gli stati emotivi altrui, saperli intuire, saperli prevedere, ma usarli per manipolare, non per prendersi cura. La ricerca contemporanea sull’empatia insiste molto su questa distinzione: capire cosa prova l’altro non coincide con “sentire” emotivamente l’altro, e le due cose possono anche separarsi, lasciando spazio a un’abilità sociale “fredda”, efficace, ma moralmente svuotata.

A questo si aggiunge un acceleratore potentissimo: il potere. Quando una persona accumula denaro, status, relazioni influenti, protezioni sociali, può sviluppare una sensazione crescente di eccezionalità, e se sperimenta nel tempo l’assenza di conseguenze reali, questa sensazione si consolida, le regole sembrano prima negoziabili, poi opzionali, poi irrilevanti. Qui la psicologia sociale è molto chiara da anni: la ricerca classica di Adam Galinsky e colleghi ha mostrato come il potere possa ridurre la tendenza a “mettersi nei panni dell’altro”, indebolendo attenzione e accuratezza nel leggere le emozioni, e questo, nella vita reale, può tradursi in una minore capacità di fermarsi davanti al limite umano altrui. Dacher Keltner, nel suo lavoro divulgativo e accademico sul “paradosso del potere”, descrive proprio questo slittamento: ciò che aiuta a ottenere influenza (abilità sociali, lettura dell’altro) può degradarsi, una volta ottenuta influenza, in disinibizione e distanza emotiva.

Poi c’è un aspetto che spesso viene frainteso: la coscienza morale, immaginiamo che chi compie azioni gravi viva costantemente in conflitto interiore, ma la mente umana è estremamente abile nel proteggere la propria immagine, e qui entrano in gioco i meccanismi descritti in modo magistrale da Albert Bandura con il concetto di “disimpegno morale”: si minimizza il danno, si spostano le responsabilità, si cambia nome alle cose, si trasforma l’abuso in “consenso”, il dominio in “relazione”, lo sfruttamento in “opportunità”, e, a forza di ripeterlo, non è più solo una scusa, diventa una lente stabile con cui leggere la realtà. La letteratura recente sulle distorsioni cognitive e sul disimpegno morale in ambito criminale, compreso quello sessuale, continua a mostrare quanto queste narrazioni autoassolutorie siano centrali nel mantenere i comportamenti e nel ridurre il senso di colpa.

Se guardiamo ancora più indietro, nella storia evolutiva, è possibile che alcune traiettorie siano state segnate da relazioni precoci fredde, incoerenti, poco reciproche, oppure da contesti in cui il confine tra desiderio e diritto non è mai stato chiarito davvero, però qui serve una precisazione etica e scientifica: non esiste un destino scritto, e la stragrande maggioranza delle persone che attraversa esperienze difficili sviluppa più sensibilità, non più crudeltà. Il punto, nei casi estremi, è l’intreccio: tratti che spingono verso dominio e controllo, contesti che lo premiano, potere che lo amplifica, assenza di conseguenze che lo consolida, e una narrativa interna che rende tutto “accettabile”, almeno agli occhi di chi la produce.

Ecco perché è importante riflettere su questi meccanismi senza spettacolarizzarli. Perché le dinamiche di uso dell’altro non vivono solo nei casi mediatici: esistono in forma più sottile nelle relazioni manipolative, negli ambienti in cui il potere è sbilanciato, nei contesti dove il carisma viene scambiato per affidabilità, e dove il “no” dell’altro viene vissuto come un’offesa, non come un confine. Comprendere come si costruiscono certe traiettorie non serve a etichettare le persone, serve a riconoscere segnali precoci, a rafforzare la prevenzione, a educare al limite, all’empatia responsabile, e all’idea che il potere, se non è accompagnato da responsabilità, tende a deformare lo sguardo.